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L'odore del vento

(memorie)


Nelle giornate ventose, che d'inverno capitano di rado, in pianura padana è come se l’orizzonte allarghi i propri confini. L’abituale foschia lascia spazio a un cielo insolitamente terso e azzurro che permette a tutta la luce del sole di penetrare l’atmosfera, mentre l’aria fredda e pura trasporta l’odore delle foglie secche, dell’erba o di qualche fioritura di calicanto.

Nitida si può osservare la catena delle prealpi, dal particolare colore azzurro violaceo, in parte coperta di bianco. La percezione di alcuni odori primordiali della terra, più delle volte dimenticati, perché ottunditi da un’infinità di altri olezzi poco sani, mette in moto la macchina dei ricordi, dato che il pensiero non ha tempo e può viaggiare a una velocità straordinaria, permettendo alla mente di associare immediatamente le impressioni e proiettarne all’istante le immagini perennemente incise attraverso i ricordi.

In questa stagione, con quella stessa luce nell’aria tersa, che trasporta gli odori veri, la memoria torna indietro nel tempo, quando ancora ragazzino, forse di domenica mio padre mi portava a “Maria Vergine”, una località a pochi chilometri da casa nostra, per andare a visitare suo zio Orazio e il suo piccolo terreno coltivato.

Ricordo le “custere” edificate da poco tempo, in seguito alla bonifica. I muretti a secco perfettamente squadrati e le “saie” per l’irrigazione, anch’esse costruite di recente sopra di essi, in terracotta, che qua e la ne ricalcavano i profili puliti. Brevi “rasole” interrotte da piccole scalinate in pietra collegavano i piccoli terrazzamenti sul terreno in leggero pendio.

Zio Orazio era sempre li, non importava se fosse un giorno festivo, a ultimare qualche lavoretto: finire di potare le viti, seminare le fave o estirpare le erbacce dalla piccola “zotta” di patate che coltivava.

In qualche “scarruni” incolto, la presenza dei fichidindia stava ancora a testimoniare la primordiale coltura praticata in quei terreni non molto fertili, costituiti perlopiù da rocce e lapilli vulcanici.

Ogni tanto su qualche pala permaneva qualche frutto dell’anno precedente, di piccolo calibro e dal colore rosso purpureo. I rari cactus testimoniavano il mutamento di un paesaggio destinato ormai a un’inarrestabile trasformazione. Soppiantati per gran parte dai vitigni ed infine anche dagli agrumeti.

Lui era li, come sentinella di un mondo che cambiava, a cavallo tra l’antico e il moderno, lo ricordo come quel frutto colorito, che resisteva ancora attaccato alla pianta, era di statura minuta, rosso nelle guance, con un’espressione sempre gaia e disegnata da un sorriso, a custodire quel pezzetto di terra alle pendici dell’Etna, resa fertile con l’amore e la fatica, modellata a propria immagine, semplice e ridente.

Saro Torrisi 16-03-2013
L'odore del vento
  
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